Della serie, come ci vedono gli americani (che si sa, sono tendenzialmente bolcevichi)
http://www.msnbc.msn.com/id/12019244/site/newsweek/
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Sono passati pochi giorni dal mio ultimo intervento, ma devo ancora scrivere qualche essenziale riga su quello che è successo due giorni fa al convegno di Confindustria.
Un livoroso premier si è presentato, lombosciatalgia permettendo (si, ma crede veramente che qualcuno ci abbia creduto, era solo un pretesto per non stare sotto il fuoco di file delle domande concordato!!!), per fare il suo comizio personale. Fregandosene delle regole, dei tempi, e perfino dell’educazione. Insieme alla sua clack, cioè circa 300 persone non registrate all’ingresso che si sono spellate le mani in applausi e rovinate le corde vocali in grida. Un falso clamoroso, degno dei migliori regimi internazionali; un modo per manipolare i cittadini che così potevano pensare che gli industriali sono tutti dalla parte sua. Fortunatamente è stata confindustria per prima a mettere sospetti su quelle presenze da stadio, ed i giornali hanno mascherato tutto il giorno dopo. Ma notare che proprio sabato era in atto uno sciopero della carta stampata, giornata perfetta per inscenare un bel siparietto, degno dei migliori teatri di avanspettacolo. Inveendo contro chiunque si permetta di criticarlo (montezemolo, della valle, pininfarina, i giornali, il sole 24 ore, le radio, i sondaggisti, non so magari anche i circhi…); si perché, una critica equivale ad un attentato secondo il nostro giovane premier, e chiunque critichi si trasforma automaticamente in nemico da abbattere.
Veramente vogliamo andare avanti in questo modo ancora per tanto tempo? Vogliamo avere un capo del governo per diritto divino? (prendendo le parole dell’ultimo editoriale di Scalfari) Volgiamo lo sguardo un istante in Bielorussia, al dittatore che ha vinto l’altro ieri: vogliamo finire anche noi così? Chiunque si opponga diventerà un nemico. È un nemico della democrazia e del bene del paese. Anche i vecchi amici.
Siamo al delirio di onnipotenza, da sopire nel modo più democratico possibile. Mandandolo a casa con un bel voto contrario. Altrimenti penso proprio che il paese precipiterà assieme a lui ed alle sue allucinazioni.
Consiglio musicale della settimana: Francesco De Gregori – Per le strade di Roma
Torno a scrivere nel mio amato spazio dopo un bel po’ di assenza, giustificata direi.
Giustificata dai mille impegni che mi sono preso, dagli esami che sto preparando, mille relazioni e troppi progetti. Dalla settimana prossima tour de force, tra appelli sparsi qua e là, continuando a seguire un interessante (almeno quello) corso di diritto dell’informatica a giurisprudenza. In questi giorni continuo a smenarla che mi manca di fare lezione a lettere e mi sono fatto tutte le facoltà di Trento (sociologia compresa). Poi tra una settimana inizio il mio lavoro presso l’università, e forse è meglio che mi ricorda (si, proprio a me stesso) che sarei anche tesista… non sembra, perché non ho tempo di combinare un cavolo, ma sarei pure sotto tesi.
Comunque questa sera mi sono preso un po’ di tempo per scrivere, e raccontare qualcosa, visto che mi manca un po’ questo spazio, facendo un bel pastone tra i miei pensieri meno nobili e più politici.
È un po’ di tempo che rifletto sui miei rapporti con i miei ex compagni collinari. E mi accorgo realmente come stavano le cose, la realtà dei rapporti che avevo stabilito, proprio con la mia lontananza da quei luoghi montani. Un po’ mi ero illuso che le cose fossero diverse, ma questo lungo periodo d’assenza mi ha fatto riaprire gli occhi, sulla realtà delle persone, e pure su di me, come al solito.
Mi sono accorto che molti di questi rapporti erano basati sul fumo, mentre altri erano molto più sinceri. E ho potuto comprendere pure molto bene la realtà delle persone. Di chi mi scrive spesso anche se siamo distanti, via chat o altro, chi mi scrive meno, e chi nulla. Oppure chi, anche se non si fa sentire, mi saluta e si ferma a parlare sinceramente fuori dalla stazione dei treni. Ecco, io ieri ho molto apprezzato questa persona, e lui se mi sta leggendo capirà, o forse no visto che a volte è un po’ svampito.
Mi accorgo dell’egoismo generale che circola, probabilmente anche dal mio pensiero, che ci ha fatto dividere. Delle continue polemiche sotterranee, fortunatamente stavolta da me non alimentate, e dagli scherzetti di cattivo gusto. Dalle cattiverie. E dai comportamenti svolti con noncuranza, verso le persone che fino a poco tempo prima sembravano irrinunciabili.
Chi se ne va, senza dire niente a nessuno dopo aver proposto di andare assieme poco più di due settimane prima, con una bella faccia tosta. Viva la correttezza.
Chi invece mi rende partecipe della sua vita, e che ovviamente rendo partecipe per il possibile anche della mia.
So che adesso mi si dirà, si ma avevi detto che non facevi più lo sputasentenze. Certo, non lo sto facendo, sto proponendo semplicemente e realmente i fatti come sono accaduti. Sapendo che qualcuno un momento o l’altro leggerà.
Un gruppo che praticamente non esisteva, ha dimostrato di non esistere? Forse si, forse no… Forse c’erano più gruppi, che casualmente si trovavano assieme? Boh, non saprei sinceramente, però mi guardo in giro e non vedo più niente, quindi non so cosa esistesse. So che esistono persone valide, verso le quali nutro come al solito il mio più grande rispetto. Vedo anche che molti pensano solo a se stessi, e beati loro ovviamente. Auguro a tutti successo e felicità…
L’importante è che mi accorgo che non sono io la ruota rotta, perché ora che non sono più un montanaro di collina ho cercato di ricreare un gruppo, direi riuscendoci, con il quale stare in serenità. Senza dicerie o simili. È una cosa normale che cerco sempre di costruire, non di disfare. Ed appunto questo è il senso di tutte queste parole, il costruire non il disfare, come invece alcuni noncuranti fanno coltivando il piccolo e triste orticello personale. Credendo che le uniche gioie della vita non vengano insieme agli altri, ma da sé stessi o al massimo con una persona che si vuole disperatamente con sè.
Non dico cose con leggerezza, e forse sembro un po’ contro quello che predico da un po’ sul coltivare la felicità, ma secondo me la sincerità è un gran valore, che cercherei di rispettare… Piuttosto che dire cose dietro alle spalle, è meglio metterle nero su bianco, mi sento meglio pure io.
È invece un bel po’, curiosamente, che non scrivo niente sulla situazione politica che abbiamo davanti. E dire che il momento è topico!
Sto diventando un gran politologo, o mi atteggio ad esserlo, visto che non mi perdo un confronto, un dibattito, una discussione in tv. Vi propongo molte volte anche editoriali per farvi un po’ partecipi delle mie letture. E per farvi capire un po’ come la pensano anche i più grandi giornalisti italiani (si perché penso che i direttori dei primi due quotidiani in italia siano abbastanza autorevoli).
È un momento terribile, di accesi scontri, nel quale però si trova qualcosa su cui riflettere e discutere in concreto, e sembra incredibile quasi. L’altra sera si è disputato l’attesissimo confronto tv tra i due candidati premier, dal quale sembrerebbe unanimemente giudicato vincente il mortadella (non so se avete visto blob una di queste sere, con le parole dette dai due e come immagini utilizzati il cappello di napoleone ed una bella mortadella). Anche secondo me ha vinto lui, anche se ai punti, per una visione di concretezza che il nostro ipertricotico premier non è riuscito a dare. La prima parte sicuramente è partita a rilento per il parroco di bologna, ma alla fine è uscito ed ha vinto sulla distanza, soprattutto con il discorso finale che alcuni hanno reputato (almeno il finale) di Baricco.
Si conosce ovviamente la mia posizione, quindi si può giudicare di conseguenza, anche se credo questa volta di essere stato il più obbiettivo possibile (altrimenti avrei detto vittoria schiacciante), ma supportano il mio giudizio tutti i giornali stranieri fortunatamente.
Io vorrei solo ribadire che questa sarà una scelta importantissima, perché ci consentirà una volta per tutte di non vedere più come candidato premier il napoleone de nò altri, il gesù cristo della politica italiana. Sarà l’ultima volta, forse poi potrà andarsene finalmente ai caraibi, mi pare Tahiti, magari a fondare Forza Tahiti e costruire un bel ponte tra le varie isole che la compongono.
Il problema è che questa sconfitta non è scontata, quindi è necessario che tutti si mobilitino per raggiungerla, per liberare una volta per tutte il nostro paese da un’anomalia non più accettabile. Ammetto che nel mio schieramento non siano tutte e rose e fiori, ma la soluzione poi si troverà. Magari questo sarà un periodo di transizione, per risollevare l’Italia, e poi passare ad una nuova concezione di politica e di formazioni. Si arriverà a due grandi partiti, magari uno di sinistra e uno di centro, nei quali scegliere il futuro leader. Vedo all’orizzonte un Veltroni vs Casini, sarò visionario?
Io voterò, ora ne ho la certezza, per la Rosa nel Pugno. Quindi la mia non è una fede cieca (anche se mai sposterò le mie posizioni) all’attuale centrosinistra, ma condizionata ai risultati, altrimenti avrei votato per L’Ulivo. Voto per un rinnovamento radicale del paese, smarcandolo dalle posizioni conservatrici (comprese quella della chiesa). Per una vera laicità ed una libertà delle persone di decidere il meglio per la loro vita. Sembrerebbe il minimo, ma ora non è del tutto possibile.
Quindi ora il voto è dichiarato, non ho più veli di fronte a me.
E che si fotta la par condicio, qui sul mio blog si sa che non vige, e mai vigerà; che tutti dicano ciò che ritengono più opportuno. L’importante è mandare via dalle balle quel nanetto pazzo!!!!!!
PS: un saluto, anche se ho questa volta si la completa certezza che non lo riceverà mai, alla mia visione, che mi rende più lieti alcuni viaggi di ritorno in treno. È lei l’unica ed originale visione che mi fa, ormai da anni, andare fuori di testa appena la vedo!
Dopo quello del direttore del Corriere della Sera, propongo l’editoriale di Ezio Mauro, direttore de La Repubblica, sugli ultimi fatti di spionaggio, nel quale da un giudizio sul governo uscente.
Nell’agonia del governo Berlusconi, scoppia lo scandalo più grave che una democrazia debba affrontare: lo spionaggio politico. Due candidati alle elezioni regionali di un anno fa sono stati pedinati, filmati, fotografati, con incursioni nei loro tabulati telefonici e sui loro conti bancari, con gli spioni giunti persino a indagare illegalmente sulla moglie dell’attuale presidente del Lazio, Marrazzo, negli stessi giorni in cui si introducevano nella sede di Alessandra Mussolini per falsificare le firme raccolte tra i sostenitori, nel tentativo di invalidare la candidatura. È qualcosa che il nostro Paese non aveva ancora conosciuto, un’alterazione gravissima della battaglia elettorale, un’ombra sulla democrazia politica, a meno di un mese dal voto per il rinnovo del Parlamento.
È per queste due ragioni - l’evidenza dello scandalo, e la sua gravità per il nostro sistema democratico - che ieri il ministro Storace si è dimesso, dopo che per un’intera giornata aveva provato a derubricare il caso parlando di “schizzi di fango” e accusando la sinistra. Va detto che Storace non è indagato, né è stato convocato o interrogato dai magistrati. Si è proclamato innocente, anzi “indignato” per il sospetto che lo circonda di aver architettato una manovra contro i suoi avversari politici, e ha spiegato di essersi dimesso per difendersi meglio e per difendere la sua “comunità politica” e il governo dalle “strumentalizzazioni della sinistra”.
Ma va detto anche che al di là del rilievo penale la posizione di Storace al governo non era più sostenibile. I magistrati di Milano infatti non sembrano muoversi sulla base di semplici sospetti e con i loro 16 arresti hanno disegnato un tipico presepe del sottobosco spionistico italiano che opera nel nuovo, redditizio mercato delle informazioni riservate: 11 investigatori privati, due sott’ufficiali della Finanza, un ispettore di polizia e due dipendenti Tim.
Nell’ordinanza, il Gip parla di un vero e proprio “piano” finalizzato “ad agevolare la vittoria elettorale di Francesco Storace”, “ostacolando” la candidatura di Alessandra Mussolini e “screditando” Piero Marrazzo.
Non solo: gli ideatori del piano secondo il magistrato sono “soggetti che operano, hanno una base operativa o comunque una sede di lavoro presso la Regione Lazio”, fanno entrare ed uscire dalla sede le spie senza alcun controllo, coprono la loro attività illecita con un normale contratto di bonifica ambientale nella stanza del presidente Storace, che gli spioni chiamano “Ciccio”, mentre concordano col suo uomo “l’intervento” che stanno organizzando. Nell’insieme, scrive il giudice, “un quadro sconfortante”. E allega al mandato di cattura le intercettazioni telefoniche dove gli investigatori privati raccontano di aver invalidato 3200 firme per la candidatura della Mussolini, si preparano a rubare un telefonino per fare anonimamente la denuncia delle irregolarità che loro stessi hanno costruito a danno della concorrente di Storace, si passano il codice fiscale della moglie di Marrazzo, si augurano che la destra vinca le elezioni perché la truffa non venga scoperta, e infine, dopo la sconfitta di Storace, si rassicurano a vicenda: “Senti un po’, ma adesso che ha perso le elezioni ti paga lo stesso”? “Veramente mi ha già pagato”.
Può darsi che Storace riesca a dimostrare che tutto questo lavorio illegale e sordido contro i suoi avversari non è in alcun modo riconducibile a lui, ma è magari dovuto allo zelo di terze persone: lo chiarirà la magistratura, e l’ex ministro dice giustamente di aver diritto ad un rapido accertamento della verità. Ma al di là della magistratura, alla politica basta molto meno per capire che le dimissioni sono inevitabili, e non sono rinviabili: bastano l’evidenza e la convenienza dello scandalo, entrambe squadernate dal combinato-disposto dell’ordinanza del magistrato, dal testo delle intercettazioni telefoniche, dal paesaggio politico di una vicenda che sarebbe squallida nei suoi pedinamenti, nei travestimenti, nelle intrusioni notturne, nel gergo delle spie (”Io te l’avevo detto che prima o poi ce la chiedevano una zozzata”), se non fosse un segnale di pericolo per il libero gioco democratico di una campagna elettorale: e non solo.
Dobbiamo infatti prendere atto che il mercato politico è stato violato ed alterato pesantemente, in un momento cruciale della competizione tra i candidati, poco prima del voto. Non sappiamo chi ha ordinato l’operazione di inquinamento, ma sappiamo che il piano era organizzato contro i due avversari-competitori di Storace per la guida di una Regione come il Lazio, cruciale nel gioco degli equilibri politici. Marrazzo e Mussolini hanno corso ad handicap, e mentre si confrontavano alla luce del sole con Storace, qualcuno stava muovendo sott’acqua una squadra di inquinatori professionali, che hanno scavato nel torbido per almeno tre mesi.
La questione con cui la politica, tutta la politica, si deve confrontare oggi è tutta qui. Altro che le chiacchiere della destra sull’”onore” e sulle “lezioni di moralità” che Storace avrebbe impartito a tutti con le dimissioni. Il problema non sta nelle dimissioni di Storace, che sono una semplice - e obbligatoria - conseguenza: il problema sta in un inedito scandalo della democrazia, che vede alterate le sue regole fondamentali, sul terreno sensibilissimo della privacy, delle informazioni riservate, della vita privata dei cittadini-candidati e addirittura dei loro familiari.
È comprensibile, di fronte al clamore evidente di uno scandalo che parla da solo, che Berlusconi cerchi di rinviare il confronto televisivo con Prodi. È probabile, infatti, che questa vicenda dai contorni così netti ed univoci lavori sugli elettori indecisi, orientandoli contro la destra. È addirittura possibile, infine, che lo zoccolo duro del sostegno berlusconiano non venga toccato e nemmeno scalfito dalle rivelazioni sulle spie nella politica.
Ma proprio questo dovrebbe far riflettere la destra: che cosa ha spinto molti sostenitori di Berlusconi, anno dopo anno, a diventare refrattari ai temi della legalità, dello Stato di diritto, delle regole e della democrazia minuta, concreta, quotidiana, fatta di gesti, comportamenti, diritti e doveri? Qual è il procedimento alchemico attraverso il quale Berlusconi ha costruito un suo seguito, lo ha chiamato alla politica, e lo ha reso automaticamente incapace di reagire di fronte a vicende come queste, nel nome dell’interesse generale, di un valore democratico comune da difendere, di uno spirito repubblicano? O anche soltanto, più semplicemente, di un rifiuto e di un moto di repulsione - da destra responsabile - per certi metodi e certe avventure?
Qui sta, a mio parere, il vero fallimento del Cavaliere, dopo un decennio in cui ha conquistato due volte la guida del governo. Il legame con il suo popolo Berlusconi lo ha costruito tutto dentro un’appartenenza ideologica, monumentale ma immobile, fedele ma statica, conservatrice e non rivoluzionaria come vorrebbe la furia sacra del Capo. Dunque incapace di cambiare: nemmeno davanti allo scandalo di Calderoli, neppure davanti allo squallido gioco di spie che ha inguaiato Storace. Viene al pettine la mancanza di una vera ambizione “politica” che superi la dimensione organizzativa e numerica, e punti a fondare nel decennio una nuova cultura di destra, la moderna cultura conservatrice d’impianto europeo che il nostro Paese non ha mai avuto. Tutto questo non c’è stato, ed è la vera condanna del Cavaliere: e con lui degli intellettuali di complemento, ridotti a coro eccitato delle acrobazie sulla giustizia, a claque degli sfondamenti istituzionali, tra un elogio del malandrino e il canto di ogni arditismo, purché deformi di qualche centimetro le regole e gli ambiti in cui ogni giorno si compie la fatica della democrazia.
Tutto questo, mentre il malgoverno spiega perché Berlusconi è indietro nei sondaggi, dà la misura ansiosa di un’avventura che insegue la sua fine. Certo, gli elettori rifletteranno sui due scandali nelle ultime due settimane, su Storace dopo Calderoli, sui 14 ministri e viceministri cambiati in cinque anni. Ma la vera questione è un’altra: capire finalmente di che pasta è fatta la destra italiana forgiata da Berlusconi, e per questo, proprio per questo, mandarla a casa.
Vi propongo l’editoriale di Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera, sul comportamento del suo giornale nel prossimo mese.
A dispetto di quel che da tempo attestano, unanimi, i sondaggi, il risultato delle elezioni che si terranno il 9 e 10 aprile appare ancora quantomai incerto. È questo un buon motivo perché il direttore del Corriere della Sera spieghi ai lettori in modo chiaro e senza giri di parole perché il nostro giornale auspica un esito favorevole ad una delle due parti in competizione: il centrosinistra. Un auspicio, sia detto in modo altrettanto chiaro, che non impegna l’intero corpo di editorialisti e commentatori di questo quotidiano e che farà nel prossimo mese da cornice ad un modo di dare e approfondire le notizie politiche quanto più possibile obiettivo e imparziale, nel solco di una tradizione che compie proprio in questi giorni centotrent’anni di vita.
La nostra decisione di dichiarare pubblicamente una propensione di voto (cosa che abbiamo peraltro già fatto e da tempo in occasione delle elezioni politiche) è riconducibile a più di una motivazione. Innanzitutto il giudizio sull’esito deludente, anche se per colpe non tutte imputabili all’esecutivo, del quinquennio berlusconiano: il governo ha dato l’impressione di essersi dedicato più alla soluzione delle proprie controversie interne e di aver badato più alle sorti personali del presidente del Consiglio che non a quelle del Paese. In secondo luogo riterremmo nefasto, per ragioni che abbiamo già espresso più volte, che dalle urne uscisse un risultato di pareggio con il corollario di grandi coalizioni o di soluzioni consimili; e pensiamo altresì che l’alternanza a Palazzo Chigi - già sperimentata nel 1996 e nel 2001 - faccia bene al nostro sistema politico. Per terzo, siamo convinti che la coalizione costruita da Romano Prodi abbia i titoli atti a governare al meglio per i prossimi cinque anni anche per il modo con il quale in questa campagna elettorale Prodi stesso ha affrontato le numerose contraddizioni interne al proprio schieramento.
Merito, questo, oltreché di Romano Prodi, di altre quattro o cinque personalità del centrosinistra. Il leader della Margherita Francesco Rutelli, che ha saputo trasformare una formazione di ex dc e gruppi vari di provenienza laica e centrista in un moderno partito liberaldemocratico nel quale la presenza cattolica è tutelata in un contesto di scelte coraggiose nel campo della politica economica e internazionale. Piero Fassino, l’uomo che più si è speso per traghettare, mantenendo unito e forte il suo partito, la tradizione postcomunista nel campo dominato dai valori di cui sopra. I radicalsocialisti Marco Pannella e Enrico Boselli che con il loro mix di laicismo temperato e istanze liberali rappresentano la novità più rilevante di questa campagna elettorale. Fausto Bertinotti, il quale per tempo ha fatto approdare i suoi alle sponde della nonviolenza e ha impegnato la propria parte politica in una nitida scelta al tempo della battaglia sulle scalate bancarie (ed editoriali) del 2005.
Noi speriamo altresì che centrosinistra e centrodestra continuino ad esistere anche dopo il 10 aprile. E ci sembra che una crescita nel centrodestra dei partiti guidati da Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini possa aiutare quel campo e l’intero sistema ad evolversi in vista di un futuro nel quale gli elettori abbiano l’opportunità di deporre la scheda senza vivere il loro gesto come imposto da nessun’altra motivazione che non sia quella di scegliere chi è più adatto, in quel dato momento storico, a governare. Che è poi la cosa più propria di una democrazia davvero normale